Appello contro l’incentivazione economica della produzione di energia da fonti assimilate
Nel nostro Paese la gestione dei rifiuti è ancora in forte ritardo rispetto alle migliori esperienze europee:
è infatti tutt’ora fortemente dipendente dallo smaltimento in discarica, dove si smaltisce oltre la metà dei rifiuti prodotti, con punte del 90% in alcune regioni del centro sud;
il recupero di materia da raccolta differenziata è in notevole ritardo rispetto agli obiettivi di legge: la percentuale nazionale nel 2004 è arrivata al 22,5%, nonostante il decreto Ronchi prevedesse al 2003 un obiettivo minimo del 35%;
l’aumento della produzione dei rifiuti urbani è risultato nel 2004 in crescita record (+3,5% rispetto al 2003).
Negli ultimi anni si sta facendo sempre più insistente l’inaccettabile tesi secondo cui è possibile risolvere l’emergenza rifiuti italiana grazie a un massiccio ricorso all’incenerimento con recupero energetico, dimenticando l’ormai ampia casistica di Comuni, Consorzi e Province, premiati da Legambiente nell’annuale premiazione dei “Comuni ricicloni”, che hanno percorso strategie di gestione sostenibile mediante l’implementazione di modelli di raccolta differenziata porta a porta dei rifiuti da imballaggio e delle frazioni organiche comportabili. Non tenendo conto poi che la normativa europea sui rifiuti indica la strada del principio gerarchico delle 4 R (riduzione, riuso, recupero da materia e solo dopo recupero di energia) per ridurre ai minimi termini il conferimento in discarica. E in questa direzione va purtroppo anche l’imbarazzante testo unico sui rifiuti varato dal Governo Berlusconi, che, tra le tante disposizioni “contro natura”, equipara addirittura il recupero energetico al riciclaggio, in palese contrasto con le direttive Ue.
L’attuale sistema di incentivazione/tassazione previsto per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti è assolutamente inadeguato a risolvere in maniera sostenibile il problema, visto che:
tassa poco la discarica, con l’ecotassa regionale istituita con la legge 549 del 1995;
favorisce solo in parte il recupero di materia degli imballaggi, con il corrispettivo economico riconosciuto dal Consorzio nazionale imballaggi ai Comuni che li raccolgono in maniera differenziata;
non favorisce minimamente il recupero di materia della frazione organica dei rifiuti trasformata in ammendante agricolo di qualità negli impianti di compostaggio;
incentiva enormemente e impropriamente l’incenerimento con recupero energetico, grazie al programma di incentivi Cip6 del 1992 e al meccanismo dei Certificati verdi introdotto dal Decreto Bersani (Dm 11 novembre 1999), istituiti per sostenere economicamente le fonti rinnovabili e i cui benefici economici sono stati estesi anche alle fonti assimilate più inquinanti come i rifiuti, finendo per drenare gran parte dei fondi a fonti che rinnovabili non sono.
Il sistema di incentivi previsto dal Cip6 è risultato finora un incomprensibile beneficio per le fonti assimilate a discapito delle fonti rinnovabili vere, come ad esempio il solare e l’eolico, visto che:
dei circa 30 miliardi di euro che sono stati pagati dal 1991 al 2003 dai consumatori italiani attraverso le bollette elettriche (voce A3) ben il 92% è andato ad impianti inquinanti, come centrali a fonti fossili o inceneritori, mentre solo l’8% è finito a impianti che utilizzano le fonti rinnovabili pulite (fonte: X Commissione della Camera dei Deputati, 6 novembre 2003);
solo nel 2004 il Grtn - Gestore della rete di trasmissione nazionale - ha ritirato una quantità di energia elettrica prodotta da impianti incentivati a Cip6 pari a 56,7 TWh, di cui ben il 76,5% alimentati a fonti assimilate (residui di raffineria, rifiuti urbani, etc.), utilizzando per l’acquisto dell’energia circa 2,4 miliardi di euro derivanti dal pagamento delle bollette elettriche.
I problemi riscontrati con il Cip6 sono stati tutt’altro che risolti con l’istituzione dei Certificati verdi. Infatti oltre agli inceneritori hanno diritto ai Certificati, indipendentemente dal combustibile usato (compresi carbone e petrolio), anche le centrali ibride che praticano la co-combustione di biomasse e/o rifiuti (anche sotto forma di Cdr), gli impianti che utilizzano l’idrogeno prodotto da fonti fossili, gli impianti a cogenerazione abbinati al teleriscaldamento, etc. Sono invece esclusi dal beneficio dei Certificati verdi i piccoli micro-cogeneratori per condomini, alberghi, ospedali, centri commerciali, etc. fondamentali nella prospettiva della generazione diffusa. Sono quindi svantaggiate proprio quelle tecnologie fondate sulle fonti rinnovabili vere, come ad esempio il solare, che avrebbero maggiore bisogno di incentivo.
Complica ulteriormente la situazione il decreto italiano 387/2003 di recepimento della direttiva europea 2001/77 sulla promozione delle fonti rinnovabili. Se infatti la direttiva inserisce tra le fonti rinnovabili incentivabili economicamente solo la frazione biodegradabile dei rifiuti, il decreto legislativo con cui l’Italia l’ha recepita ha esteso i benefici dell’incentivazione anche alla parte non biodegradabile dei rifiuti, come ad esempio le plastiche che notoriamente derivano dal petrolio, non proprio una fonte rinnovabile.
E’ sulla base di queste premesse che Legambiente chiede ai cittadini di sottoscrivere la seguente petizione.
Considerato che:
la gestione sostenibile dei rifiuti si fonda sul principio delle 4 R, secondo cui il recupero energetico può essere praticato dopo aver praticato serie politiche di riduzione e massimizzato il recupero di materia da raccolta differenziata;
il sistema di incentivazione nel ciclo dei rifiuti è oggi enormemente e impropriamente sbilanciato a favore della termovalorizzazione;
sono state le fonti assimilate, e tra queste i rifiuti, a beneficiare della maggior parte dei benefici economici previsti dal fallimentare programma di incentivazione Cip6 per le fonti rinnovabili;
l’istituzione dei Certificati verdi per promuovere le fonti rinnovabili non ha risolto i problemi emersi con il Cip6, visto che favorisce soprattutto le fonti più consolidate, e tra queste i rifiuti, a discapito di quelle meno mature, come ad esempio quella solare;
il decreto italiano di recepimento della direttiva europea sulla promozione delle fonti rinnovabili ha incluso tra le fonti incentivabili economicamente anche la parte non biodegradabile dei rifiuti, nonostante non fosse previsto dalla normativa europea.
I cittadini sottoscritti chiedono:
al Commissario europeo per l’energia di praticare tutte le iniziative a disposizione della Commissione, compresa la procedura di infrazione, nei confronti dell’Italia per aver esteso i benefici economici previsti dalla normativa europea per le fonti rinnovabili anche all’incenerimento dei rifiuti non biodegradabili e al Ministro delle attività produttive e al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio di adoperarsi per sostituire l’attuale sistema di incentivazione per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili e assimilate fondato sui Certificati verdi con un meccanismo trasparente di sostegno economico riservato solo ed esclusivamente alle fonti pulite, ispirato al modello del cosiddetto “conto energia” tedesco
