Il 2005 delle biomasse: un bilancio difficile
Bilancio in chiaro-scuro per il settore delle biomasse nel rapporto 2005 dell’APER.
Generalmente si è soliti accomunare con il termine “biomasse” una grande varietà di materiale organico destinato alla valorizzazione energetica sfruttando tecnologie molto diverse tra loro. Per riuscire a tracciare un bilancio, seppur conciso, del 2005 per il settore, vanno perlomeno distinte tre filiiere principaliipali: legno-energia, rifiuti e residui agricoli.
Nel settore della conversione delle biomasse legnose assistiamo ad un notevole aumento dei costi di produzione che rischia di compromettere la redditività della filiera, nel settore agricolo invece assistiamo a quella che in breve tempo potrebbe divenire una vera e propria rivoluzione copernicana.
Filiera legno-energia
Nel corso dello scorso anno la novità principale in campo normativo per questa filiera è stata sicuramente introdotta dal DM 24 Ottobre 2005, decreto di riordino del sistema dei Certificati Verdi (CV) che, recependo quanto indicato dal D.lgs 387/2003, ha concesso un’estensione del periodo di riconoscimento dei Certificati, permettendo agli impianti a biomassa di ottenere il diritto alla loro emissione per ulteriori 4 anni sul 60% della produzione.
Il citato decreto se da un lato, attraverso l’estensione del periodo di incentivazione, teneva in giusta considerazione i maggiori costi della tecnologia, dovuti principalmente all’approvvigionamento e alla gestione del combustibile, dall’altro, attraverso il riconoscimento dei CV agli impianti termoelettrici operanti in co-combustione, rischiava di vanificare gli sforzi per la promozione di nuovi impianti a biomassa nel nostro Paese: molti operatori lamentano infatti un crescente costo del combustibile (ben oltre i 50 €/ton medi del 2004) che rischia di compromettere la redditività di nuovi investimenti in questo settore.
Ad aprile 2006 tuttavia viene approvato il decreto legislativo recante norme in materia ambientale, che prevede per tutte le fonti rinnovabili l’estensione a 12 anni del periodo di riconoscimento dei CV sul 100% della produzione. Tale dispositivo dovrebbe aiutare a risolvere le problematiche fin qui descritte.
Un’altra forte preoccupazione nell’ambito della filiera legnoenergia viene dagli impianti che si stanno rapidamente avviando alla conclusione del periodo di incentivazione CIP6; per questi impianti infatti, a differenza di quanto avviene per quelli compresi nel regime dei CV, non è ad oggi prevista la possibilità di estendere oltre gli 8 anni il proprio periodo di incentivazione e pertanto rischiano di vedere compromessa la propria attività.
Il legislatore nell’ambito del D.Lgs 387/03 aveva giustamente intuito il pericolo per l’Italia di perdere un’importante quota di produzione rinnovabile (Terna nei dati di pre-consuntivo 2005 assegna alle biomasse e ai rifiuti una quota di produzione pari a quasi 6 TWh) e aveva stabilito tra i compiti dell’Osservatorio Nazionale sulle Fonti Rinnovabili proprio l’individuazione di misure atte a preservare la produzione degli impianti a biomasse uscenti dal regime CIP6. Purtroppo non si ha ancora notizia di alcuna iniziativa presa in tal senso.
Filiera rifiuti
Il 2005, nell’ambito della valorizzazione energetica dei rifiuti, è stato caratterizzato in gran parte dall’attesa del Decreto che deve identificare le tipologie di rifiuti ammesse a godere del regime di incentivazione dei CV, secondo quanto previsto dall’art. 17 del D.lgs. 387/03, indicando al contempo le tipologie da destinare al riutilizzo o allo smaltimento.
Accanto alla lunga gestazione del dispositivo, la forte opposizione della Conferenza Unificata che ha più volte negato il proprio consenso, ha fatto slittare la sua approvazione a Febbraio 2006 e ad oggi non risulta ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Non è ancora possibile pertanto riuscire a stimare con esattezza quali effetti potrà avere questo decreto sugli impianti a biomasse esistenti.
Per quanto riguarda la produzione di energia dal biogas di discarica è invece ancora il DM 24 Ottobre ad avere caratterizzato lo scorso anno di attività: a differenza di quanto lasciato presagire dal D.lgs. 387/03 il dispositivo negava la possibilità di vedere esteso a 12 anni il periodo di incentivazione per questa tipologia di impianti. Anche per questi, tuttavia, l’approvazione del decreto legislativo recante norme in materia ambientale, dovrebbe migliorare la redditività dell’esercizio, che se è vero che non deve sostenere costi di
approvvigionamento del combustibile viene invece gravato spesso dei costi per la gestione della discarica.
Filiera agricola
L’anno passato è stato sicuramente caratterizzato dall’esplosione dell’interesse per la produzione di energia da fonti rinnovabili nel settore agro-industriale e zootecnico, tanto da convincere i più che l’agricoltura giocherà un ruolo fondamentale per la produzione rinnovabile del prossimo futuro.
Come un tempo i terreni agricoli fornivano alimenti necessari alla sussistenza, ora potrebbero essere proprio i medesimi terreni a fornire anche parte dell’elettricità, del calore e dei carburanti necessari alla vita moderna. La crisi del settore e l’evoluzione della PAC hanno sicuramente determinato una spinta a ricercare nuove tipologie di colture e nuove fonti di reddito per i terreni agricoli; la nuova PAC, ad esempio, riconosce 45 € per ettaro coltivato a colture energetiche con un tetto massimo di 1,5 milioni di ettari a livello europeo.
Ma altri dispositivi legislativi, soprattutto a livello nazionale stanno determinando una rivoluzione tra gli operatori del settore, che in molti casi decidono di non limitarsi solo a fornire le materie prime necessarie alla conversione energetica, ma di divenire in prima persona produttori di energia.
Il processo ha in effetti inizio già da qualche anno in ambito prettamente zootecnico, uno dei primi dispositivi che spinge a questa conversione è sicuramente il D.lgs. n° 152 dell’11/5/99, noto come “Direttiva Nitrati”, che obbliga al pretrattamento dei reflui zootecnici, spingendo molti allevatori a guardare alle sviluppate tecnologie tedesche e austriache di produzione di biogas per digestione anaerobica. In alcune regioni vengono promossi dei bandi di finanziamento per la realizzazione di piccole unità di cogenerazione in aziende agricole e zootecniche che sfruttino il biogas di origine animale per l’autoproduzione di elettricità e calore.
Gli esempi di impianti tedeschi di co-digestione di reflui zootecnici e scarti agricoli nonché di digestori che utilizzano matrici puramente agricole spingono alcuni agricoltori a considerare l’opportunità di valorizzare le loro produzioni attraverso la conversione energetica.
Con il 2005, grazie all’introduzione di un favorevole panorama tariffario (Del. AEEG 34/05) e del valore dei CV pare possibile ipotizzare una buona rendita dei terreni agricoli abbinati a produzione di energia da biogas.
Un ulteriore sostegno al processo in atto viene dall’approvazione della Legge Finanziaria 2006 che stabilisce l’assimilabilità a reddito agrario dei redditi derivanti dalla cessione dell’energia e dei CV. A partire dal 2006 quindi la vendita di energia elettrica da parte delle imprese agricole verrà gravata dall’Irap nella misura dell’1,9% mentre per quanto riguarda le imposte dirette, limitatamente alle imprese agricole individuali, società semplici e enti non commerciali, non vi sarà alcuna tassazione aggiuntiva essendo la predetta attività compresa nel reddito agrario.
Il recente DL 2/2006, pubblicato a metà marzo in G.U., ha infine esteso l’assimibilità a reddito agricolo anche alla produzione di energia termica e alla produzione fotovoltaica.
Vi sono dunque tutte le premesse perché nei prossimi anni si assista ad una crescente quota di produzione
Il Testo integrale del rapporto sul sito
www.aper.it
